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mercoledì 18 aprile 2018

Con Giovanni Impastato per ricordare l'eredità di Peppino

Sarà una giornata importante quella di giovedì 19aprile per ricordare Peppino Impastato. Importante perché potremo ricordare l’eredità di Peppino ascoltando le parole del fratello minore Giovanni. Un impegno giornaliero per la ricerca della verità prima, per la giustizia poi e adesso contro tutte le mafie che Giovanni porta avanti dal 9 maggio 1978, giorno in cui Peppino fu assassinato da cosa nostra su ordine del boss di Cinisi Gaetano “Tano” Badalamenti.

Come associazione Comitato Antimafia di Brescia "Peppino Impastato" ricorderemo Peppino insieme a Giovanni in tre appuntamenti:
due la mattina con gli studenti delle scuole medie di Brescia dalle 8:30 alle 10 e in seguito dalle 11 alle 12:30 presso il Teatro Comunale di Borgosatollo sempre con i giovani studenti.
Il terzo, invece, sarà un incontro aperto a tutta la cittadinanza e si svolgerà a Brescia a partire dalle 20:30 presso la Sala Piamarta di Via San Faustino. 

L'incontro serale fa parte dei venticinque incontri della rassegna “Carmine Resistente”, un percorso a tappe verso il 25 aprile nel quartiere Carmine di Brescia coordinato dalla sezione “Caduti di Piazza Rovetta” dell’Anpi.

Vi aspettiamo!!

lunedì 2 ottobre 2017

Il fascismo è reato, non il sindacato. Studia somaro Di Maio

Diritto sindacale. Cgil contro Di Maio
«I sindacati si autoriformino o lo faremo noi quando saremo al Governo». Parole già sentite in questi anni da parte di vari esponenti politici, ma stavolta a pronunciarle è Luigi Di Maio, candidato alla Presidenza del Consiglio per il Movimento 5 Stelle. L’intento, chiaro e inequivocabile, è limitare gli spazi democratici e di rappresentanza, come se la melma nella quale naviga il nostro Paese fosse causata dai sindacati.

A Di Maio suggerisco di rileggersi la Costituzione, la stessa che dice di aver difeso il 4 dicembre, la stessa che Stefano Rodotà (che il popolo pentastellato votò come Presidente della Repubblica) ha difeso fino all’ultimo dei suoi giorni. A Di Maio suggerisco anche di un corso di diritto per capire la Costituzione. Riguardo alla libertà sindacale, infatti, pare che Di Maio non abbi capito un granché, o forse ha capito tutto fin troppo bene, perciò provo lo stesso a riportare di seguito gli articoli 18 e 39 della Costituzione Italiana che regolano la libertà di partecipazione e sindacale.

ART. 18
[I] I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
[II] Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Il primo comma dell'art. 18 della costituzione sancisce la libertà di associazione che, a sua volta si articola:

a) nella libertà di costituire un'associazione;
b) nella libertà di entrare a far parte di un'associazione;
c) nella libertà di recedere da un'associazione.

ART. 39
L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Potrei poi soffermarmi sull’idea di lavoro avanzata da Di Maio, lo smart nation, o sull’abbassamento dei costi del lavoro ma non vorrei infierire troppo. Non è bello sparare sulla croce bianca.

giovedì 21 settembre 2017

Come durante il fascismo: a Borgosatollo è vietato il dissenso

Vietato dissentire a BorgosatolloÈ successo ancora, e con quest'ultimo episodio siamo arrivati a sei!! A cosa mi riferisco? Mi riferisco ai manifesti, volantini e articoli che sono stati fatti sparire, da non si sa chi. Per l'esattezza si tratta di un articolo (vicenda multa slot-machine al Bar Infinity) strappato e affisso cinque volte sulla bacheca comunale destinata alle opposizioni consiliari e in ultimo un manifesto sul piedistallo del MontichiariWeek posto fuori dall'edicola in piazza.

Forse sarà solo un caso, ma sia l'articolo sia il manifesto (come si vede dalla foto) riportavano notizie poco gradite all'Amministrazione comunale tanto da spingere alcuni individui a chiedere la rimozione dell'articolo sul Bar Infinity dalla bacheca, pubblica, delle opposizioni perché l'articolo non era inerente all'attività consiliare.

E ora ecco un altro episodio a dimostrazione, per quanto mi riguarda, che il caso non esiste. Ripeto di non conoscere l'entità dello "strappatore seriale" ma di sicuro deve avere un debole per l'attuale Amministrazione. Il manifesto strappato dal treppiede del settimanale MontichiariWeek riprendeva un articolo pubblicato sull'edizione del 15 settembre che raccontava il dibattito sulla gestione idrica organizzato qualche giorno prima dalla lista Sinistra Per Borgosatollo. Un dibattito al quale l'Amministrazione era stata invitata ma che ha preferito sedersi tra il pubblico anziché al tavolo con i relatori.

A Borgosatollo è vietato il dissensoProbabilmente all'amico "strappature seriale" avrà voluto occultare la notizia, peccato per lui che proprio quell'edizione sia stata tra le più vendute. Senza dimenticare il mio blog sul quale ho riportato l'articolo in questione (lo potete leggere qui) e che ha ricevuto, a oggi, più di 400 clic.


A Borgosatollo non esistono voci critiche, a eccezione di Sinistra Per Borgosatollo, e pare che qualcuno faccia in modo che anche le poche voci fuori dal coro non trovino spazio nel dibattito comunale. La cosa non spaventa anzi, ci spinge a fare ancora di più perché significa come lista Sinistra Per Borgosatollo non stiamo raccontando falsità ma notizie scomode e impopolari per chi preferisce un'opinione pubblica anestetizzata perché non informata e resa partecipe.

lunedì 8 maggio 2017

Francia: vittoria dell'Europa liberale e capitalista

Andrea Grasso: "Francia, tra banche e fascismi". Macron e Le Pen
Macron ha vinto le presidenziali francesi battendo al ballottaggio Marine Le Pen, candidata del Front National Marine. Al grido di "En Marche" e "né di destra né di sinistra" ha convinto gli elettori  ottenendo il 66%. Molti politici, anche del nostro bel Paese, plaudono alla vittoria del giovane Macron come argine alle derive fasciste, populiste ed eversive che stanno avanzando in Europa. Ed è proprio l'Europa, o meglio i tecnocrati europei a essere felici per primi perché il nuovo inquilino dell'Eliseo è uno di loro. Sì perché Macron ha lavorato presso Rothschild & Cie Banque, una banca d’affari del gruppo facente capo a David Rothschild che è tra i suoi sostenitori. Considerato il volto nuovo della politica francese, ma con le idee ben chiare visto che nel 2014, all'età di soli 36 anni, diventa Ministro dell'Economia nel secondo Governo di Manuel Valls.

Personalmente non ho nulla di cui gioire per due motivi: il primo perché l'estrema destra francese ha comunque raggiunto prima il ballottaggio e poi il 34% dei voti che non per un partito politico così schierato politicamente non sono per niente pochi. Il secondo motivo perché Marine Le Pen è stata sconfitta solo al ballottaggio, ma il pensiero culturale che anima il suo movimento è ancora vivo e si può combattere solo con politiche di netta contrapposizione e non dichiarandosi "né di destra né di sinistra".

Dopo Mario Monti per l'Italia, l'Europa liberale e capitalista ha piazzato un altro suo esponente alla guida di un Paese. Con Emmanuel Macron rivedremo le riforme chieste in questi anni di crisi a partire dalla "Loi Travail", il Jobs Act alla francese, che l'anno scorso scatenò le proteste dei francesi che manifestarono il dissenso in piazza. Le stesse riforme restrittive che, peraltro, hanno permesso ai movimenti di destra di avanzare e guadagnare consenso.

Desolé, chère France. 

martedì 25 aprile 2017

Un 25 aprile dedicato a chi ha combattuto per liberarci dalle mafie

Andrea Grasso: grazie ai giornalisti che hanno scritto e lottato contro le mafie
«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire
Furono queste le parole pronunciate da Sandro Pertini il 25 aprile del 1945 in occasione della liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Il 25 aprile è diventato giorno di festa nazionale e ogni anno, in tutte le piazze del Paese, si celebrano i partigiani e le loro battaglie di resistenza che hanno riconsegnato all’Italia un paese libero e democratico.

Nonostante gli anni passati, esiste ancora oggi un forte pensiero razzista e totalitario che l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e le forze sociali e democratiche combattono ogni giorno.

Ci sono, però, ancora tante battaglie di liberazione che molte persone combattono ogni giorno sacrificando, a volte, anche la propria vita.
Sto parlando della lotta alle mafie che da più di due secoli tengono in ostaggio la Repubblica Italiana. Le cause che hanno permesso alle mafie di proliferare ed espandersi non solo in Italia, ma anche in tutto il mondo, sono tante e impossibili da esaurire in solo articolo.

Vivendo in una fase storica difficile nella quale la libertà d’informazione è costantemente sotto attacco ed essendo oggi la Festa della Liberazione, voglio dedicare questa giornata a chi ha dedicato la propria vita al racconto delle vicende mafiose e che ha causa di ciò sono state uccise.

Il pensiero va quindi a Cosimo Cristina, giornalista e collaboratore di numerose testate italiane, ucciso da cosa nostra il 5 maggio 1960. La “colpa” di Cosimo Cristina fu di raccontare sul quotidiano da lui fondato, “Prospettive Siciliane”, le vicende del fenomeno mafioso nel territorio di Termini Imerese.
Mauro De Mauro, giornalista scomparso a Palermo il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato. La “colpa” di De Mauro pare sia stata l'inchiesta sulla morte, secondo lui dovuta a omicidio e non a incidente, del presidente dell'Eni Mattei. Di De Mauro, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia disse: «De Mauro ha detto la cosa giusta all'uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all'uomo giusto.»
Giovanni Spampinato, corrispondente da Ragusa de L’Ora di Palermo e de l'Unità, ucciso da cosa nostra a Ragusa il 27 ottobre 1972. La “colpa” di Spampinato fu la pubblicazione di un'ampia e approfondita inchiesta sul neofascismo attraverso la quale era riuscito a documentare le attività clandestine e i rapporti delle organizzazioni di estrema destra locale con la criminalità organizzata.
Giuseppe (Peppino) Impastato, giornalista e attivista politico di Democrazia Proletaria, ucciso da cosa nostra a Cinisi il 9 maggio 1978. Le “colpe” di Peppino furono le sue denunce pubbliche, ma soprattutto radiofoniche, contro il boss del paese Gaetano Badalamenti. L’arma di Peppino Impastato fu la risata attraverso la quale ridicolizzava la mafia facendola apparire impotente. La sua morte fu inizialmente descritta come un suicidio ma grazie alla tenacia della madre Felicia i giudici riaprirono le indagini e l’11 aprile 2002 condannarono il boss Badalamenti all’ergastolo come colpevole dell’omicidio.
Mario Francese, giornalista de Il Giornale di Sicilia, ucciso da cosa nostra a Palermo il 26 gennaio 1979. La “colpa” di Francese fu di essersi occupato della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Nelle sue inchieste entrò profondamente nell'analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccature, delle famiglie e dei capi, specie del corleonese legata a Luciano Liggio e Totò Riina, nonché uno dei pochi a sostenere l'ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia. Mario Francese, inoltre, fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella.
Giuseppe (Pippo) Fava, scrittore, giornalista, sceneggiatore, nonché È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore del giornale antimafia I Siciliani, ucciso da cosa nostra a Catania il 5 gennaio 1984. Le “colpe” di Fava furono le accuse relative alle collusioni tra cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi. La morte di Fava fu subito licenziata come delitto passionale ma, dopo la riapertura del caso da parte della magistratura, nel 1998 arrivano le condanne all’ergastolo del boss catanese Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola.
Giancarlo Siani, giornalista de “Il Mattino”, ucciso dalla Camorra il 23 settembre 1985. Le “colpe” di Siani furono le sue inchieste giornalistiche sul fronte della commistione tra criminalità organizzata e politica locale, ma in particolare un articolo attraverso il quale denunciava il Clan Nuvoletta.
Mauro Rostagno, giornalista e attivista che fu tra i fondatori di Lotta Continua, ucciso in provincia di Trapani, a Lenzi di Valderice, il 26 settembre 1988 in seguito a un agguato mafioso. Le “colpe” di Rostagno furono le sue denunce televisive contro le collusioni tra mafia e politica locale. La trasmissione di Rostagno, inoltre, seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante la pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno che «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.
Giuseppe (Beppe) Alfano, corrispondente de La Sicilia e collaboratore di emittenti locali, ucciso da cosa nostra in provincia di Messina, a Barcellona Pozzo di Gotto, l’8 gennaio 1993. La “colpa” di Alfano fu la sua attività giornalistica rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria.

Questo 25 aprile lo dedico a loro e a tutte le persone che praticano il diritto all’informazione per combattere ogni forma di violenza, sopruso, prepotenza e discriminazione.