mercoledì 16 agosto 2017

Caso Regeni: Egitto, Libia, Eni e flussi migratori i motivi del ritorno al Cairo dell'Ambasciatore Italiano

Regeni, l'Egitto, la Libia, gli sbarchi e la politica estera dell'Italia
Sono passati ormi 18 mesi dal ritrovamento del corpo del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, barbaramente ucciso in Egitto in seguito, con ogni probabilità, alla sua attività giornalistica d'inchiesta, ma nonostante la lunga attesa e i tanti proclami la verità è ancora lontana.

Il Governo italiano, però, sfruttando l'afa di ferragosto ha riaperto, se mai fosse stato realmente chiuso, il dialogo politico con l'Egitto comunicando il ritorno dell'Ambasciatore italiano al Cairo. Eppure il Governo italiano, nella persona del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, era stato chiaro soprattutto con la famiglia Regeni: «L'eventuale decisione sul ritorno in Egitto dell'Ambasciatore italiano sarà presa solo dopo una condivisione con la famiglia».
La condivisione con la famiglia Regeni, però, non è avvenuta e l'Ambasciatore ha fatto rientro in Egitto. «L'Ambasciatore italiano al Cairo avrà, tra l'altro, il compito di contribuire alla ricerca della verità sull'assassinio di Giulio Regeni» ha dichiarato Paolo Gentiloni in seguito alla decisione e all’annuncio della Procura di Roma di aver ricevuto nuovi atti dai colleghi del Cairo.
Quel "tra l'altro" però, pare essere pieno di significati e ragioni che vanno ben oltre alla ricezione di nuovi atti. Una scelta in sordina resa ancora più enigmatica dalle rivelazioni pubblicate dal New York Times, secondo cui, il Governo Usa era in possesso di prove incontrovertibili delle responsabilità egiziane, ma che furono comunicate «solo in parte» per tutelare le fonti. Secondo il quotidiano, inoltre, «La leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze dell’uccisione del ricercatore».

E allora quali sono le vere ragioni?
La decisione del ritorno in Egitto dell'Ambasciatore italiano pare che sia stata forzata da Minniti (Interno), Alfano (Esteri) e Pinotti (Difesa), tre Ministri fondamentali nella pianificazione della politica estera dell'Italia. La motivazione di tale scelta, a parer mio, è presto spiegata interpretando lo scenario politico dei Paesi affacciati sul Mediterraneo, considerando le operazioni energetiche dell'Eni e analizzando le politiche messe in campo negli anni dai menzionati Ministri.

La questione Mediterraneo sta assumendo sempre più centralità per il Governo italiano che senza idee valide è alla ricerca soluzioni e intese con altri Stati. L'instabilità politica della Libia è evidente e l'intervento politico del Presidente francese Macron per diventare l'ago della bilancia tra il premier Sarraj e il generale Haftar, obbliga l'Italia a reagire. E la risposta pare essere proprio il rientro dell'Ambasciatore al Cairo per rafforzare il rapporto politico con l'Egitto, considerato strategico per gestire la crisi libica, altro Paese dittatoriale con il quale l'Italia sta intensificando i rapporti nell'ottica di impedire gli sbarchi sulle coste italiane (qui si dovrebbe aprire un altro capitolo sui lager di detenzione libici dove vengono rinchiuse le persone in fuga dalle guerre foraggiate con armamenti italiani).

Il secondo punto riguarda il lavoro di ricerca dell'Eni nel Mar Mediterraneo. Proprio nel 2015 l'Eni, infatti, «ha effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale - si legge in una nota della multinazionale nell'offehore egiziano del Mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr -». Una scoperta che l'Eni stima in un valore potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas.
Una delle maggiori scoperte mondiali di gas in una zona geografica strategica e attraversata da numerosi interessi geopolitici e che, sicuramente, necessita di rapporti politici stabili senza grattacapi. Ecco, quindi, un motivo in più per tacere la morte di Giulio Regeni e rallentare, se non oscurare, la ricerca della verità.

Il terzo aspetto, relativo alle politiche attuate dai Ministri Minniti, Alfano e Pinotti riguarda, infine, il sempre florido mercato italiano delle armi verso paesi dittatoriali di cui l'Egitto ne è un esempio. Un rientro dell'Ambasciatore al Cairo era anche stato ipotizzato, ma solo nel caso in cui fossero state poste delle condizioni incisive ed efficaci tra le quali l’impegno del Governo a non concedere la licenza per la vendita di armi e pezzi ricambio per armamenti ad aziende pubbliche e private egiziane. Condizione che, ovviamente, non è mai stata posta all'Egitto.

Insomma, il Governo italiano resta al palo in tema di politica estera e decide di sacrificare la morte di un ragazzo e la ricerca della verità ai soli scopi di sopperire alle inesistenti politiche estere e mantenere un ruolo primario nella vendita delle armi.

lunedì 12 giugno 2017

Come si sconfigge la mafia? Votando!

Andrea Grasso: la mafia si sconfigge votando
Fonte: www.tp24.it
“Come si sconfigge la mafia?” “Cosa possiamo fare noi cittadini?” Queste sono due domande frequenti e ridondanti come un ritornello estivo che si sentono a ogni dibattito sulla mafia. Le risposte sono pressoché identiche tutte le volte, eppure la situazione è sempre la stessa. Anzi, peggiora di elezioni in elezioni: sempre più cittadini decidono di non andare a votare pensando che il non voto sia un atto di protesta, ma non capiscono che così facendo delegano soltanto i problemi ad altri, indebolendo le tante persone per bene (la maggior parte) che s’impegnano a vivere onestamente.

Le amministrative da poco concluse evidenziano ancor di più la gravità della situazione. Alle urne, infatti, si sono recati soltanto il 60,07% degli aventi diritto al voto. Un dato che conferma il calo rispetto alle amministrative del 2012 quando a votare si recò il 68% della popolazione.

Il voto è importantissimo e lo sono ancor di più le preferenze tramite le quali si ha la possibilità di scegliere il candidato o la candidata che più ci rappresenta. Non servono complicate operazioni matematiche per capire che più l’affluenza alle urne è bassa, più è facile per chi controlla il territorio, anche al nord e spesso nei piccoli Comuni, far eleggere in Consiglio comunale un rappresentante di proprio gradimento che all’occorrenza saprà cosa fare.

Nonostante ciò e nonostante le innumerevoli informazioni e notizie diffuse relative a inchieste giudiziarie, si continua a chiudere gli occhi o a votare il politico più “conveniente”. È quanto accaduto a Trapani, dove due candidati indagati, Antonio D’Alì e Girolamo Fazio, hanno preso rispettivamente il 23,54% e il 32,28% dei voti. Il candidato Fazio andrà al ballottaggio a differenza del candidato D’Alì che, però, può consolarsi sapendo di aver trascinato Forza Italia a essere il primo partito della città.

Ma chi sono Antonio D’Alì e Girolamo Fazio?
Antonio D’Alì, è Senatore della Repubblica e candidato sindaco per Forza Italia. Su di lui pende un’attesa di un giudizio della Corte di Cassazione su un processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 23 settembre 2016 la Corte d’Appello di Palermo lo assolse per i fatti successivi al 1994 e dichiarava prescritti quelli precedenti, confermando quindi la sentenza di primo grado. Il 18 maggio 2017 la DDA di Palermo richiede al tribunale per il politico siciliano, candidato sindaco nella sua città natale, la misura del soggiorno obbligato a Trapani, in quanto socialmente pericoloso, che verrà discussa in luglio.
Girolamo Fazio, già sindaco dal 2001 al 2012 e sostenuto da alcune liste civiche e dall’UdC, invece, è stato arrestato nel bel mezzo della campagna elettorale (poi rimesso in libertà ma resta indagato per corruzione e traffico di influenze). Lo stesso Fazio era anche deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana dalla quale è stato sospeso dopo l’arresto.

Siamo un Paese libero e ognuno di noi può scegliere di non votare, ma una cosa è fondamentale tenerla a mente: possiamo decidere di non occuparci di politica e di mafia, ma ricordiamoci che la politica e soprattutto la mafia si occuperanno sempre di noi.

mercoledì 7 giugno 2017

Intervento all'assemblea delle delegate e dei delegati della Cgil "L'orizzonte del lavoro"

Compagne e compagni,

il 2017 è un anno molto importante per noi lavoratori precari. Quest’anno festeggiamo (si fa per dire eh) il ventennale della Legge che ha dato vita ai nostri contratti: la Legge 196 del 1997 che istituisce il lavoro interinale in Italia. Fu il primo passo verso una precarizzazione del lavoro e dell’essere umano: milioni di lavoratori non più considerati persone ma merce di scambio tra un’impresa fornitrice e un’impresa utilizzatrice.

Nel 2003 un nuovo cambiamento, una nuova fregatura, una nuova legge, stavolta firmata dall’allora Ministro del Lavoro, e oggi Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni. Quell’anno nacquero i buoni lavori, i voucher. “Per colmare il lavoro nero e proteggere le categorie più deboli” ci dicevano, ma non era sufficiente così il quarto Governo Berlusconi estese l’applicazione dei voucher a tutti i soggetti.

Insomma, possiamo dire che il mercato del lavoro oggi sia paragonabile a un grande discount dove a essere esposti non sono i prodotti alimentari, ma persone in cerca di un’occupazione e dove a fare la spesa si recano padroni che vogliono pochi problemi che cercano di acquistare al minor prezzo.

Quanti problemi che ci facciamo noi giovani bamboccioni che non vogliamo uscire di casa, ancora fermi alla monotonia del posto fisso accanto a mamma e papà. Dobbiamo abituarci a cambiare continuamente e da oggi è possibile diventando imprenditori di se stessi con la partita Iva. La partita Iva è bellissima, lo dice anche la pubblicità in televisione: se ho la partita Iva, per esempio, la Tim mi offre Giga, chiamate e messaggi illimitati, per me e per i miei clienti. Non è fantastico!? Inoltre lo Stato mi propone un regime fiscale agevolato per due anni durante i quali pago poca Irpef.
Forse il posto fisso è davvero monotono e noioso. Mi sono convinto: faccio anch’io la partita Iva così avrò gli sconti sui telefonini ultimo modello e magari anche sulle automobili.

Però i contributi chi me li paga? E se mi ammalo? Se non lavoro perché ho subito un infortunio chi mi ha commissionato il lavoro mi pagherà lo stesso? Confermerà il rapporto di collaborazione? E le ferie?

Dal 14 marzo di quest'anno il Jobs Act esiste anche per le partite Iva! In cosa consiste? Il Decreto di Legge sul lavoro autonomo e agile riconosce il lavoro agile come modalità di svolgimento di quello subordinato, ma non è ricondotto direttamente al sistema della contrattazione collettiva. Sono quindi d’accordo con Tania Scacchetti della Segretaria Nazionale quando dice che si trattava di un’opportunità che poteva essere sfruttata meglio. Sono ancora tante le criticità: dall’inclusione nella platea dei destinatari dei collaboratori coordinati e continuativi, che rischiano di vedere arretrare le proprie tutele reali soprattutto in tema di maternità, all’assenza di strumenti di tutela per i soggetti più deboli del lavoro autonomo, quali equo compenso, sostegno al reddito, diritti sindacali.

Per quanto mi riguarda, e per farla breve, penso che il Jobs Act per il lavoro autonomo sia coerente con le forme di lavoro confezionate negli anni che vogliono lavoratori con sempre meno diritti e più facilmente ricattabili.

Ma i tempi cambiano velocemente e come diceva il buon Matteo Renzi, “Il futuro è adesso”. L'avvenire e il progresso ha un nome si chiama Industria 4.0. Tanti ne parlano e ne decantano le potenzialità di quella che potrebbe essere la nuova rivoluzione industriale, ma sarà davvero così? Sono un appassionato del digitale, mi occupo di social e cerco di restare aggiornato il più possibile sul tema. Un paio di mesi fa ho partecipato a un corso sull’Industria      4.0 organizzato a Milano da Confindustria Giovani. Quante belle storie che ho sentito!! E quanti giovani che ce l’hanno fatta a realizzarsi nel mondo del lavoro grazie al progresso tecnologico!! C’era persino Marco Gay, l’ex Presidente dei giovani imprenditori, che ha detto di non avere paura di bussare alla loro porta perché loro ci credono davvero e sono disposti ad aiutare. E così ho provato a bussare, o meglio a telefonare alla sede di Brescia (fosse mai che trovassi qualche cliente per questa mia partita iva). Ho parlato di social management ma nessuno sapeva di cosa stessi parlando. Illuso io che ci ho creduto, e allora mi son detto: “Questa Industria 4.0 cos’è? Non sarà semplicemente un modo per sostituire i lavoratori con le macchine e la tecnologia?”.

E allora cosa fare? Non dobbiamo più abituarci a questi contratti di lavoro precari e atipici che non danno diritti e soprattutto non danno sicurezze ai tanti che vorrebbero progettare la propria vita. Nessuna possibilità di finanziamenti per un cellulare, figuriamoci per una macchina o addirittura una casa!!
È necessario mettere in discussione le politiche in tema di lavoro attuate negli ultimi vent’anni e lottare con forza all’approvazione della Carta Universale dei Diritti promossa dalla CGIL, da noi!! Una soluzione semplice, ma altrettanto complicata: ecco perché ci sarà bisogno di un nuovo grande sforzo da parte di tutti noi per far conoscere la nostra proposta e riportarla nelle piazze supportata da milioni di firme raccolte.

La strada è in salita, ma sono orgoglioso di far parte della CGIL e poter dire che il nostro Sindacato abbia deciso di percorrerla.

sabato 3 giugno 2017

Vi spiego perché non tiferò la Juventus

Andrea grasso: Vi spiego perché non tiferò la Juventus
Mio papà mi ha insegnato a essere sempre sportivo e a ragionare oltre la logica dei colori, per questo quando qualsiasi squadra italiana gioca in giro per il mondo, è giusta tifarla ed essere contenti in caso di vittoria perché in quel momento è come se stesse rappresentando anche me.

Sono d'accordo con mio papà, ma per la Juventus non farò mai il tifo, non per questioni di fede sportiva ma per motivi etici e culturali che il calcio ha il potere di far dimenticare.

Se la vicenda Calciopoli "scoppiata" nel 2006 poteva bastare per farmi schifare la Juventus, in queste ultime settimane si aggiungono altri fatti ancora più gravi. Pare, infatti, che la Juventus facesse affari con le famiglie calabresi dal 2003, tre anni prima di Calciopoli, per l'assegnazione dei biglietti allo stadio.

Secondo i pm Abbatecola e Toso «La ‘ndrangheta controllava il bagarinaggio, ogni gruppo ultrà aveva una famiglia della 'ndrangheta e otteneva una parte dei profitti».

La criminalità organizzata calabrese si era inserita anche nel più importante gruppo ultrà della Juventus, “I Drughi”, di cui faceva parte Raffaello Ciccio Bucci, diventato collaboratore della società bianconera e morto suicida in circostanze poco chiare il 7 luglio, proprio dopo essere stato interrogato nell'ambito dell'inchiesta.

Il Presidente Andrea Agnelli sostiene di non avere mai incontrato persone appartenenti alla criminalità organizzata, ma le intercettazioni telefoniche prodotte da Giuseppe Pecoraro, ex prefetto di Roma e attuale capo della Procura Figc che ha deferito lo stesso Andrea Agnelli, dicono ben altro. In un’intercettazione del marzo 2014, infatti, riguardo al capo del gruppo ultrà Viking, Andrea Agnelli parla così: «Il problema è che questo ha ucciso gente”. Con D’Angelo che lo corregge: “Ha mandato a uccidere».

«Voi non conoscete persone disoneste che non sono state condannate per assenza di prove?», diceva Paolo Borsellino? Questo per dire che giustamente la magistratura seguirà il suo percorso, ma a noi tutti spetta il compito di diffidare di quelle persone quantomeno inaffidabili o poco presentabili.

Ecco, per queste ragioni io non tiferò Juventus.