mercoledì 30 ottobre 2013

Gianluca Maria Calì, una vita contro Cosa Nostra



Scritto e pubblicato

Nel 2011 ha denunciato il pizzo e nel 2013, sempre grazie alle sue denunce, ha fatto emergere la collusione presente tra alcuni membri della Forestale e il clan di Cosa Nostra di Bagheria. Oggi Gianluca Maria Calì prosegue la sua attività di rivenditore d'auto con umiltà e con la consapevolezza di fare la cosa giusta.

Ciò che proverò a raccontare attraverso questo post è la storia di Gianluca Maria Calì, un cittadino onesto che ha deciso di non accettare le richieste di pizzo e usura e gli atti intimidatori di Cosa Nostra. Gianluca Maria Calì è un imprenditore siciliano di 40 anni titolare di due concessionarie di automobili, una a Milano e una ad Altavilla Milicia in provincia di Palermo. Fin qui nulla di particolare se non fosse per alcuni episodi che hanno cambiato la vita di Gianluca. La sua attività lavorativa nel settore automobilistico inizia all'età di 28 anni in una concessionaria di Milano. Il tempo passa e dopo alcuni anni di gavetta ha la possibilità di tornare in Sicilia per aprire una sede della concessionaria nella sua terra natia. La nuova avventura in Sicilia parte bene, la concessionaria è apprezzata, i clienti sono soddisfatti e ciò permette di far lavorare con serenità diverse persone del posto. Nell'aprile 2011 però la vita di Gianluca cambia improvvisamente. Nella notte tra il 3 e il 4 aprile viene svegliato dalla telefonata di un vicino il quale lo avverte che le vetture presenti nel suo salone stavano bruciando. Le automobili e la concessionaria vengono avvolte dalle fiamme ma Gianluca non si da per vinto e decide di trasferire la sua attività di qualche chilometro, da Casteldaccia ad Altavilla Milicia. Per un paio di anni la situazione torna tranquilla ma la paura che la vicenda possa ripetersi rimane. A distanza di due anni, infatti, a marzo 2013, Gianluca subisce una serie di visite poco gradite di persone che provano a intimorirlo chiedendogli il pizzo. E' così che dopo le denunce alle forze dell'ordine, Gianluca decide di rivolgersi direttamente alla
cittadinanza affiggendo un manifesto fuori dalla sua concessionaria, un “appello per non morire” attraverso il quale chiede di non essere lasciato solo e di segnalare qualsiasi attività sospetta alla polizia, ai carabinieri o ai vigili del fuoco. L'appello viene ben accolto e il Centro Pio La Torre decide di organizzare una manifestazione di sostegno nei confronti di Gianluca per ribadire l'importanza di denunciare sempre ogni atto intimidatorio e violento. Nel frattempo le indagini degli inquirenti, cominciate in seguito alle denunce di Gianluca, proseguono e portano all'arresto di 21 affiliati al clan di Bagheria, tra i quali risultano anche i suoi estorsori. Le attenzioni del clan di Bagheria però non finiscono, anzi, proseguono con maggiore insistenza. Quest'estate, infatti, Gianluca viene nuovamente svegliato di notte da due telefonate anonime che lo invitano a smettere di parlare e di denunciare altrimenti sarebbe finito male e che neanche i carabinieri sono in grado di aiutarlo. Anche in questo caso Gianluca ha denunciato l'episodio e ora sono in corso le indagini dei carabinieri di Palermo.
Le vicende che legano la famiglia Calì a Cosa Nostra però non sono finite. Da qualche tempo Calì aveva avviato le pratiche per acquistare all'asta una villa con l'intenzione di creare una struttura che potesse ospitare giovani, dare lavoro e far riscoprire le bellezze gastronomiche e paesaggistiche della Sicilia. L’immobile in questione però non è una villa qualunque visto che apparteneva al padrino di Bagheria Michelangelo Aiello e a Michele Greco, soprannominato il Papa di Cosa Nostra per la sua abilità di mediazione tra le famiglie mafiose. Qualche giorno di presentare l'offerta per aggiudicarsi la casa, Gianluca riceve la visita di alcune persone, le quali si presentano come eredi dei vecchi proprietari e gli chiedono di lasciar perdere quella casa. Calì rifiuta rispondendo di ripetere le loro parole davanti al giudice, cosa che ovviamente non avviene, e così si aggiudica la casa. L'8 febbraio però, dopo un breve periodo di calma, due ispettori della Forestale sequestrano l'ex villa dei boss di Cosa Nostra scrivendo nel verbale di sequestro che la casa era in stato grezzo e in corso d'opera. Nulla di più falso poiché la villa è presente dal lontano 1965 e Calì si stava limitando a ristrutturarla. Gianluca decide quindi di opporsi e il 4 marzo torna in possesso della villa. Passano solo 11 giorni e la Forestale sequestra per la seconda volta l'immobile, sempre con le identiche motivazioni. Gianluca Maria Calì decide di opporsi ancora e denuncia l'accaduto alle autorità competenti. A fine marzo i due ispettori della Forestale di Bagheria che eseguirono il sequestro, Luigi Matranga e Giovanni Coffaro, e altri loro colleghi vengono coinvolti in un'inchiesta della Procura di Palermo con l'accusa di ricatto, minacce ed estorsione. Oltre a questo, come se non bastasse, l'inchiesta della Procura fa emergere una forte presenza della mafia di Bagheria. Secondo gli inquirenti, infatti, alcuni dipendenti della Forestale erano a servizio del clan mafioso di Bagheria. Le indagini stanno tuttora proseguendo, come prosegue la battaglia di Gianluca contro Cosa Nostra che dopo il secondo sequestro ha presentato un ricorso in Cassazione.  Il 21 settembre è arrivata l'attesa sentenza della Cassazione che però ha respinto il ricorso di Gianluca per un vizio di forma. Un sequestro illegittimo e privo di motivazioni serie e l'arresto di alcuni membri della Forestale collusi con Cosa Nostra non sono bastati a far tornare la villa nelle mani della famiglia Calì. Un quadro anomalo che mette in difficoltà cittadini onesti che come Gianluca che hanno a cuore la propria terra e cercano di riscattarla.

Con questo post ho provato a raccontare la storia di Gianluca Maria Calì. L’ho fatto perché quest'estate ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente con mio papà e la sua storia mi ha colpito moltissimo, tanto da farmi sentire in debito nei confronti di chi come Gianluca lotta ogni giorno contro le mafie e i soprusi. Così mi sono preso l'impegno di raccontare la sua vicenda affinché Gianluca possa diventare un esempio per tanti altri cittadini. Probabilmente ora Gianluca mi direbbe che non vuole essere considerato un eroe e che il suo unico desiderio è di poter crescere i suoi figli ma il suo impegno e la sua umiltà sono per me uno stimolo in più per lottare contro le mafie e per far conoscere la storia di chi lotta ogni ogni giorno come Gianluca.

 Spero di esserci riuscito, almeno un po'.