giovedì 1 settembre 2016

L'Italia non è un Paese per madri, altro che fertility day

La campagna "fertility day", promossa dal Ministero della salute che ha come oggetto il tema delle poche nascite registrate negli ultimi anni in Italia, ha fatto scoppiare la polemica. Sul sito del Ministero della Salute si legge che la giornata indetta per il 22 settembre, avrà lo scopo di "richiamare l’attenzione di tutta l’opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione - e anche, prosegue il Ministero - per mettere a fuoco con grande enfasi il pericolo della denatalità nel nostro Paese, la bellezza della maternità e paternità, il rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori e l’aiuto della Medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere bambini.”

Buoni propositi che però stridono con la realtà di tutti i giorni e con i dati Istat.
Nel 2010 erano occupate il 64,7% delle donne incinta che diventano il 53,6% due anni dopo la nascita del bambino. Quelle che sono state licenziate sono il 23,8%, quelle il cui contratto non è stato rinnovato o l’azienda ha chiuso sono il 15,6%, quelle che dichiarano di essersi licenziate sono il 56,1%. Il dato che preoccupa è che in dieci anni, dal 2002 al 2012 le donne che hanno perso il lavoro sono aumentate del 40%. Nel 2012 quasi una madre su quattro a distanza di due anni dalla nascita del figlio non ha più un lavoro, un dato stabile nel tempo.  

Tra le principali cause riscontrate, emerge la mancanza di un parente cui affidare il bambino, il non ottenimento all’iscrizione al nido, elevati costi dei servizi nido e baby-sitter e infine la mancata concessione del part-time.
Un altro aspetto negativo, ma del quale non si hanno dati, è rappresentato dalle donne che rinunciano alla maternità per non perdere il lavoro.

Insomma, essere madri in Italia non è semplice e dalle Istituzioni preposte ci si aspetta maggiore sensibilità, soprattutto su temi che riguardano la vita delle persone. Perché se la natalità è in calo, occorre capire il problema e trovare una soluzione che nel caso specifico significherebbe promuovere asili nido e scuole pubbliche gratuite, agevolazioni per madri lavoratrici e il reddito minimo garantito.