martedì 22 novembre 2016

Violenza sulle donne: Ripartiamo dall'educazione dei più piccoli

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Il femminicidio in Italia è un fenomeno che riguarda tutti, uomini e donne, da nord a sud. Anche a Borgosatollo, quest’estate s’è verificato un episodio di violenza su una donna che dopo essere stata più volte picchiata dal convivente e grazie all’aiuto delle amiche ha finalmente denunciato colui che non voleva amarla ma soltanto possederla.
Vista l’importanza che il fenomeno assume in tutta Italia ed anche a due passi da noi, abbiamo intervistato Celeste Costantino (Deputata di Sinistra Italiana e componente della Commissione Parlamentare Antimafia) che da anni si occupa di diritti, cultura tematiche di genere).

Le recenti cronache giornalistiche hanno raccontato molti atti di violenza sulle donne. Il femminicidio è solo un'emergenza oppure ha radici culturali precise e profonde?
Parlare di femminicidio non basta più se viene trattato come atto conclusivo del fenomeno. E non basta invocare la prevenzione, tanto contro la violenza sulle donne quanto sul bullismo e l'omofobia: la prevenzione bisogna costruirla, uscendo dall'ottica securitaria, insegnando un'altra educazione civica. Il Decreto Legge sul femminicidio ha trattato il fenomeno come una questione emergenziale, scardinandolo dalle radicate convinzioni culturali che permeano la società italiana: il rifiuto di una donna è inaccettabile, essa è un oggetto alla mercé dell'uomo.

Esistono ormai diversi studi sulla violenza di genere. Perché gli uomini picchiano o abusano delle donne?
Alcuni uomini picchiano, abusano e uccidono le donne perché non ne concepiscono la soggettività e non riescono a comprendere e accettare i rifiuti. Vedono le donne come oggetti di loro proprietà su cui non possono perdere il controllo. E questo ha sicuramente a che fare con l'educazione del maschio che, perdendo il controllo sulla donna che ha a fianco o che molesta, crede di perdere il controllo della propria vita. Gli uomini violenti non accettano un no come risposta.

Sei prima firmataria di una proposta di legge che si chiama "Un'ora d'amore". Cosa prevede?
La PDL, che si chiama Proposta di legge per l'introduzione dell'educazione sentimentale nelle scuole, poi sostenuta dalla campagna 1oradamore per una sua veloce calendarizzazione in Aula (e che solo nei primi due giorni dalla sua pubblicazione sulla piattaforma change ha raccolto migliaia di firme), introduce un'ora specifica condotta da corpo docente adeguatamente formato, nelle attività didattiche dedicata alla comprensione di sé e delle proprie emozioni, perché comprenderle e saperle affrontare consente, soprattutto nella fase adolescenziale quando si forma il carattere e si iniziano a fissare i comportamenti sociali, un aumento delle capacità di comunicare e il potenziamento dell’apprendimento cognitivo. Un'ora d'amore a scuola perché oggi gli stereotipi maschili e femminili invadono il quotidiano sia in ambito pubblico che privato, e la scuola ha la possibilità di fornire gli strumenti per una lettura paritaria, per ristabilire un equilibrio delle immagini fornite dai mass media, schiacciate sulla mercificazione del corpo femminile. I ragazzi e le ragazze si abituano a una visione inflessibile dei ruoli sessuali, un'impostazione così assoluta da sfociare anche in forme di bullismo nei confronti di chi non rientra in questo schema. Noi oggi abbiamo una grande possibilità, quella di fornire gli strumenti per un nuovo modello di cittadinanza, anche rispetto ai nuovi cittadini di questo paese. E benché esistano esempi di autonomi progetti scolastici sul tema, è importante fare una legge che miri a fare di essi un virtuoso modello nazionale.

L'educazione all'affettività è prevista anche dalla Convenzione di Istanbul votata nel 2013. A che punto siamo, oggi, in Italia?
Dopo tre anni, la mia proposta sull'introduzione dell'educazione sentimentale nelle scuole è approdata in commissione cultura. Abbiamo audito varie realtà che si occupano di portare avanti progetti sull'educazione di genere nelle scuole, dall'asilo ai licei, dalle case editrici ai centri antiviolenza, realtà che anni hanno contribuito alla formulazione della mia proposta. Il prossimo passo, se il governo dimostrerà di avere davvero una volontà politica sull'argomento, sarà calendarizzata e discussa in Aula, insieme a proposte simili alla mia. Quello che proponiamo è un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul, ratificata all'unanimità in Parlamento, che chiede agli Stati di introdurre l'educazione all'affettività negli ordinamenti scolastici. In Europa è una realtà, in Italia siamo ancora in ritardo.

Cosa possiamo fare noi, tutti i giorni, per provare ad evitare che accadano certi episodi?
Interrogarci e non dare niente per scontato. Esistono delle convinzioni e delle convenzioni che persistono anche in coloro che si credono intoccabili dal fenomeno. Partire dall'educazione dei più piccoli, affinché crescano disinnescando questa cultura del possesso. Ma soprattutto vigilando sull'operato della politica, che ha il compito preciso di fornire nuovi strumenti critici e didattici alle nuove generazioni per affrontare la vita.